La vie en Kodak

la vie en Kodak Innegabile, Kodak ha fatto la storia della fotografia e fare i nomi dei grandi maestri che hanno utilizzato e continuano a utilizzare film kodak, tanto in bianco nero che colore staremmo qui ore. Ma l’ambizioso progetto della esposizione che ho avuto la fortuna di visitare assieme a Nathalie, al magnifico Pavillone Populaire di Montpellier nello scorso week-end, ha catturato decisamente tutta la mia attenzione.

La vie en kodak – Colorama publicitaires de 1950 à 1970, è curata da Françoise Cheval e Gilles Mora e corredata da un catalogo edito da Hazan. porta in scena 70 delle 565 immagini pubblicitarie prodotte da Kodak tra il 1950 e il 1990, e esposte nel punto di scambio nevralgico della città di New York, la Grand Central Station. I colorama Kodak sono considerate tra le più grandi immagini mai costruite (è veramente il caso di utilizzare questo termine) e la loro realizzazione ha richiesto oltre a grandi autori, il dispiegamento di grandi mezzi e la risoluzione di problematiche inusuali per la fotografia dell’epoca.
Per gli appassionati dei numeri basti pensare che la superficie dei colorama risultò di 100 mq, per le incredibili dimensioni lineari di 5,5 x 18 metri, e l’allestimento richiese una retroilluminazione di circa 1 km di tubi al neon. Il solo affitto della hall della stazione costò 500.000 dollari l’anno!

I colorama non sono una mera rappresentazione pubblicitaria, ma una vera e propria messa in scena della società americana vagheggiata a partire dal primo dopoguerra, e destinata a essere rappresentata in modo monumentale nel luogo di transito per eccellenza del pendolarismo di New York. In ogni immagine viene mostrato qualcuno che riprende la scena dall’interno con una macchina fotografica o una piccola cinepresa, non solo per pubblicizzare il prodotto kodak, ma per diffondere una precisa idea di America.

Come scrive Cheval “Il Colorama è più di un panorama. Esprime qualcosa di diverso dal semplice potere dell’immagine moderna. Incarna il passaggio da uno stato all’altro del capitalismo, il passaggio dall’impero della merce alla merce immagine. Per le sue caratteristiche eccezionali, le gigantesche dimensioni e la forma, tra diorama e proiezione, il Colorama stabilisce definitivamente il rapporto diseguale tra l’oggetto fabbricato e lo spettatore assoggettato allo stato di consumatore.”

Immaginiamo un pendolare che all’ingresso in Grand Central Station, si immerge completamente nella visione “dell’Istante Kodak” che gli presenta la sua immagine di famiglia americana. Attraversiamo l’ordine cronologico nelle sale del Pavillon Populaire e scorriamo con lo sguardo i colorama kodak. Ci sono alcuni aspetti che, passando da una scena all’altra, ci danno la sensazione di non cambiare fotogramma. E in effetti va in onda sempre lo stesso film. Tutti sorridono, sia che siamo in presenza di una scena natalizia o di vacanze sulla neve, di un matrimonio o di un evento sportivo, di una gita domenicale o di un tuffo in piscina. Tutto è idilliaco e privo di tensioni.

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Nelle feste giovanili non c’è alcun segno di “gioventù bruciata”, tutto è rassicurante e fermo, anche le gonne in movimento apparente delle ballerine. Questa sensazione è il risultato di una realizzazione curata nel minimo dettaglio. Ciascuna immagine non reca testi, ma unicamente il logo Kodak relegato in un angolo e rafforzato molto frequentemente dai colori dominanti della scena, quel giallo e rosso che hanno reso riconoscibile nel mondo il marchio kodak. Le immagini sono curate tanto da fotografi aziendali che da grandissimi nomi della fotografia statunitense. Ansel Adams, Ernst Haas ed Eliot Porter sono tra questi, e anche agli allestimenti, spesso partecipano grandi nomi, come Norman Rockwell, uno dei maggiori illustratori del sogno americano.

I figuranti sono teatralmente congelati nelle loro pose senza lasciare spazio alcuno al “moment dècisif” tanto caro a Cartier-Bresson. Nulla dunque è lasciato al caso. Ciò che si vuole è che effettivamente l’istante kodak sia indissolubilmente legato a questa immagine paradisiaca. Come scrive anche Cheval, “I grandi assenti sono il male e le difficoltà”, ma Grand Central Station è una stazione, dove transita una popolazione periferica carica dei dolori quotidiani e che lassù, sulla balconata est, viene rapita per un attimo dalla possibilità di una vita perfetta, senza tensioni e conflitti, in cui l’armonia regna costantemente, senza tempo e luogo. Alcuna traccia anche delle contestazioni e delle problematiche sociali che attraversa la società americana, dalla guerra in Vietnam alle lotte per i diritti civili. Scorrendo i colorama nelle sale del Pavillon Populaire, ci rendiamo conto che i primi figuranti neri compaiono solo con il 1967. Fino ad allora vengono tutt’al più rappresentati, in costume tradizionale, alcuni indiani d’america nella classica gita domenicale in riserva.
Osservando i pannelli con il senso comune di oggi tutto sembra ancora più finto e patinato, ma l’impressione che restituisce la mostra è quella di trovarsi di fronte a uno dei progetti pubblicitari che hanno fatto la storia e che, anche a causa della immobilità delle sue immagini, ne decreta l’immortalità. Volendo ricercare un corrispettivo nel nostro Paese potremmo pensare al carosello, forma pubbicitaria molto diversa rispetto alla dimensione statunitense, la quale ha comunque lasciato la sua impronta nell’immaginario collettivo della popolazione italiana. Due realtà che rappresentano un tempo ormai trascorso e irrecuperabile, alle quali non possiamo far altro che guardare con un senso di malinconica nostalgia.