I forzati della Street

Forse è arrivato il momento di fare un poco di chiarezza nel bailamme di contest, pagine e gruppi facebook e di “featured by nobody” che ruota attorno a quelle immagini etichettate ai nostri giorni come street photography, ma che in realtà non lo sono.

#streetphotography

Le etichette non solo esistono nel mondo reale, ma vivono rinforzate e amplificate da quelle magiche paroline che vanno sotto il nome di hashtag – che non solo i fotoamatori, agganciano alla loro produzione condivisa sul web.
Facciamo un passo indietro però e facciamoci una domanda apparentemente banale; perchè si è fotografato, e si continua a fotografare in strada?

La risposta è anch’essa apparentemente banale: per lasciare una traccia a chi verrà dopo di noi di quel che siamo oggi, di come viviamo e di come ci rapportiamo agli altri e alle cose che ci circondano. Insomma, un racconto utile, una testimonianza storica dei nostri giorni, il documentario della nostra vita quotidiana. 

Probabilmente chi come me, affonda le sue radici culturali nei gradi nomi della fotografia francese, americana, ma anche italiana sa bene di cosa parlo. 

Ma, se facessimo questa stessa domanda a uno de ti tanti partecipanti ai contest e festival di street, cosa ci sentiremmo rispondere con tutta probabilità? Ci direbbero di essere stati nominati da questa o quell’altra pagina street di aver partecipato a questo o quei contest, questo o quel festival, di editor senza scrupoli disposti a lucrare sul fenomeno costruito ad arte della street photography che non è. E non lo sarà mai. Verrebbe da dire, peccato. 

L’uomo al centro

Tirarsi fuori da questo movimento, e pure dagli hashtag che riguardano più o meno direttamente la street photography, le etichette dei tempi moderni, non è una sconfitta. E’ urlare forte che il centro della fotografia,  quella che ci racconta le storie quotidiane di tutti i giorni, è l’uomo. E il modo di realizzarla appartiene ancora ai canoni della fotografia documentaristica e reportagistica.

La street photography è nata già morta. Fatevene una ragione. Lessi già i prodromi di questa deriva più di due anni fa con il mio progetto #lastreetnonesiste.

Cosa vi viene presentato oggi come fotografia di strada? Le sovrapposizioni – buttate pure un occhio all’ultima produzione di Martin Parr, un tempo vero punto di riferimento – fotografie sottoesposte con ombre che camminano, estetici e insignificanti caleidoscopi di questa era digitale, figure umane rese grottesche in una assoluta mancanza di rispetto. Una malcelata lotta alla spersonalizzazione del soggetto e al chi si avvicina di più con un 28MM, parafrasando in modo grottesco l’affermazione del Capa. Un grande gioco che può esserlo fino a quando, amplificato dal mezzo social, non assurge a fenomeno educativo delle masse di appassionati, che proprio non riesco a definire fotoamatori.

Un circo senza fine di contest e festival, di quanti pedissequamente inseguono ciò che ha funzionato, e quindi dovrebbe funzionare ancora, in un perfetto spirito di emulazione di ciò che ha incassato like e vinto festival e premi. Si, anche quelli della porta acconto – magari la copertina di una pagina facebook. Ma che noia!

Opinione personale, questa non è la fotografia di strada che cambia e si evolve. E’ involuzione culturale e non soltanto fotografica.

Insomma, occorre riappropriarsi del significato del soggetto e rimettere al centro di tutto questo, l’uomo, e la sua storia, ma vi prego non confondiamo un cruciverba con la street.

No, non sono uno street photographer.

4 Comments

  1. Tu sai quanto mi trovo d’accordo con te. Da un pó ho abbandonato l’utilizzo del termine per la mia fotografia e questo si riflette anche nel non utilizzo dell’hashtag streetphotography e i suoi derivati per instagram. Dici bene quando la definisci una involuzione culturale: chiaramente lo é ed é figlia di questi tempi superficiali, in cui molti sembrano vivere dentro un talent show, basato su likes, conventicole che spingono solo se ne fai parte e guai cantare un poco fuori dal coro, prima ricevi consigli, che poi si fanno vere e proprie intimadazioni, fino alla scomunica. Risulta evidente come la fotografia da sola non basta e si preferisce utilizzare il termine street photography per coprirsi, spalleggiarsi e anche evitare di doversi confrontare con un mondo ben piú vasto e decisamente piú interessante. Lo dico con rammarico perché anche solo 10 anni fa non era cosí, anche se giá potevano vedersi alcuni segnali che lasciavano presagire questa deriva. La omogeneizzazione é derivata da questa folle rincorsa all’approvazione. Sono venuti da me in passato diversi a dirmi che fanno questo tipo di foto non perché ci credano veramente, ma perché cosí ricevono immediato riconoscimento. La fotografia come tutte le arti dovrebbe essere espressione diretta di quel che abbiamo dentro e dunque del nostro vissuto. Altri hanno ammesso candidamente che se cercassero contenuto allora avrebbero fatto fotografia di reportage, ammettendo di fatto che questa streetphotography vuota é legata soprattutto ad un effetto wow che dura lo spazio di uno scroll di mouse su un feed social. I giochi visuali proposti oggi non sono altro che un ripetersi continuo dell’effetto ottico, o del giocare a scopa di due oggetti dello stesso colore. Personalmente quella roba lí mi stanca prima di subito, e bada bene, sono cose da prima elementare della street photography. Poi uno cresce, o meglio poi uno dovrebbe crescere. Se dici queste cose vieni tacciato di negativitá o anche peggio, di invidia. Ma alla fine chissenefrega…Preferisco concentrarmi sul mio lavoro, su quello che ho sempre fatto e che continuo a fare. Mi interessa la fotografia che sia documento, mi interessa l’osservazione sociale ed antropologica. Mi concentro su una fotografia che abbia un buon bilanciamento tra forma e contenuto. E quando riconosco altri fotografi che stanno producendo contenuto interessante mi emoziono. La buona fotografia esiste eccome ed ´anche in buona salute, ma é assai lontana dall’hashtag streetphotography.

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    1. Non posso che quotare ciò che dici. Mi permetto di aggiungere, come ho già precisato, che è appunto lo spirito di emulazione di ciò che funziona a guidare chi della fotografia ne fa un fatto di vanto in termini social. E, c’è da dire, che questo discorso ha preso nettamente il sopravvento. E’ evidente che la fotografia documentaristica sia ben altra cosa e che la fotografia, quella vera, esiste eccome, ma purtroppo siamo qui a parlare del fenomeno perchè ha inciso anche su ciò che chiamiamo ancora fotografia. Se i grandi nomi del reportage stentano a ritrovare il bandolo, ci sarà pure un motivo. Ecco, penso che pur senza strapparsi le vesti, debba esserci qualcuno che almeno faccia il tentativo di fare muro alla estrema leggerezza dei tempi.

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  2. Lucio Barabesi

    Caro Domenico, la street non esiste, come non esistono le altre centomila definizioni fasulle in fotografia, forse non esiste più nemmeno la differenza tra fotografo e fotoamatore, c’è un mare di persone che vaga per il mondo che fà fotografie solo per fare fotografie in tutti i modi possibili con tutte le tecniche possibili senza che esse dicano nulla non raccontino nulla belle perfette inutili, la fotografia per la fotografia non serve a nulla esercizio del vuoto culturale in cui ci muoviamo.
    Alcuni invece raccontano cose sentonostorie e riescono a trasmettere un pensiero fregandosene di “Marche” “tecniche” ……….. anche io ho le mie scimmie sulle spalle perchè sono umano l’importante è rendersene conto e sopravvivere, …………se fossi in te se me lo posso permettere smetterei anche di discutere sulla street o di incaponirmi sul 28 o sul 50 ……….. farei foto cercando di avere uno scopo un ideale ………… cercheri di raccontate la vita

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    1. Lucio, lungi da me incaponirmi e massacrarmi interiormente per questa faccenda, ma, c’è un ma. Non si può lasciare completamente il campo al diluvio di francobolli della fotografia 2.0 che è già divenuta 3.0, che vengono fatti passare per capolavori della street photography che, come dici tu, e io da diversi anni, non esiste! L’importante è raccontare e anche che qualcuno continui a farlo. L’importante è scegliere da che parte stare, se in quella cosa fuori moda che chiamano fotografia o in questa nuova cosa a cui ancora non si è trovato un nome. Per quanto riguarda gli strumenti, vanno sempre utilizzati in funzione di ciò che vuoi ottenere e del progetto, che è ciò che conta.
      Se parliamo di fotografia professionale il discorso è assai complesso, ma andrebbe affrontato in separata sede.

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