Garry Winogrand in color

Arriviamo al Brooklyn Museum saltando sulle High Lines e attraversando Hudson River sul ponte Williamsburgh. Quale modo migliore di prepararsi alle immagini dell’America di Winogrand? 

Non deve essere stato facile per i curatori della esposizione al Brooklyn Museum (per dovere di cronaca Drew Sawyer, Phillip Leonian e con la collaborazione di Edith Rosenbaum, con Michael Almereyda e Susan Kismaric), mettere le mani nel materiale a colori di Winogrand, e per la mole di immagini, circa 45000, e per il fatto innegabile che Garry sia assai più noto per le sue immagini in bianco nero. A ciò aggiungiamo il fatto che il “girato” è fatto di pellicole invertibili. Uso non a caso il termine girato; sotto ai nostri occhi scorre l’America di Garry e, come in un documentario, esploriamo la storia americana in un’arco temporale che va dai primi anni ‘50 alla fine degli anni ‘60. 

Quella del Brooklyn Museum è la prima esposizione dedicata alla fotografia a colori dell’artista e comprende circa 450 fotografie, molte delle quali mai viste prima d’ora, che mostra quindi circa vent’anni di lavori su commissione per la stampa dell’epoca. Diciamolo, contrariamente ad alcune fonti, la scelta di suddividere la sala, buia, in 8 sezioni composte da 16 proiettori dia, ci è piaciuta molto. Si ha l’impressione di rendere omaggio a Garry, in punta di piedi, in un silenzio spontaneo rotto soltanto dalle ventole dei proiettori e regalando quasi un senso di sacralità.

Le otto sezioni mostrano varie tematiche e differenti approcci alla fotografia a colori, e sono a loro volta suddivise in fotografie in formato portrait e fotografie in formato landscape. Si parte dalla Conney Island della metà degli anni ‘50, la mostra si sviluppa abbracciando le sue esuberanti immagini delle strade di New York, tra Candid portraits e stile life, e scene dalla vita americana di tutti i giorni catturate negli anni ‘60 lungo le autostrade, nelle periferie, negli aereoporti e nei parchi nazionali. Le ultime sezioni invece mostrano la grande attenzione di Winogrand ai trasformismi di identità di uomini e donne nella America del dopoguerra.

Da ebreo di prima generazione quale era, nato da una famiglia non certo benestante nel Bronx di allora, e praticando la fotografia in un momento in cui aveva scarso valore di mercato – forse questo non molto differente da ora – Winogrand non ebbe mai sufficienti risorse finanziarie per produrre stampe dalle sue diapositive a colori, che avrebbe avuto costi di molte volte superiori a quelle in bianco nero.

Quindi, mostrò questa produzione in slide show e, per l’ultima volta, nel 1967 al MOMA di New York, “New Documents”.

A proposito di “girato” dobbiamo dire che Winogrand iniziò nello stesso periodo a sperimentare la pellicola 8MM negli stessi anni. Winogrand iniziò a utilizzare le pellicole kodachrome agli inizi degli anni ‘50 lavorando su commissione per magazine come Collier’s e Sport Illustrated e alcune di queste immagini trovano anche posto in questa esposizione.

Ciò che appare chiaro osservando dai divanetti lin religioso silenzio le sezioni della sua produzione in colore è che, simultaneamente alle immagini su commissione, sviluppò la capacità di usare il colore come strumento artistico e trasformando gli usi riconosciuti del Medium all’epoca, commerciale e amatoriale – voglio qui menzionare i diaporama Kodak nella Grand Central Station di New York – producendo immagini candid spingendo ben oltre i limiti di allora la Fine Art photography.

So che vi piacerà questo dettaglio, quindi darò qui anche un cenno alla sua attrezzatura preferita di quegli anni. A cavallo degli anni ‘50 e ‘60, Garry sovente aveva con se due camere, se non erro due Leica M4 con 28MM, una delle quali caricata con pellicola in bianco nero e la seconda con pellicola invertibile a colori. In alcuni casi poi, afferrava la fotocamera caricata con film a colori alcuni secondi primo o dopo una delle sue iconiche fotografie in bianco nero.  In esposizione, informazione presa dalla cartella stampa, ci sono ben 25 fotografie scattate alcuni secondi – se non decimi di secondo – da alcune sue note fotografie in bianco nero, molte delle quali avevamo individuato personalmente.

Insomma una esposizione da non perdere, la sacra rappresentazione di una sintesi della sua immensa produzione, omaggio postumo a un fotografo, un maestro che ha raccontato l’America con la sua composizione libera, moderna e esplosiva. E non chiamatelo street photographer.

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