Wedding. Il nuovo, vecchio corso

 Condivido con piacere la nota pubblicata su facebook, frutto di intense riflessioni fotografiche. Un grazie a tutti quelli che mi hanno supportato in questa risoluzione.

Una storia dietro una fotografia

Quando sei in strada a tirar foto, che sia per un progetto o meno, dopo l’acclimatamento necessario a respirare quel luogo, inizi a vivere in quello stato di attenzione che a un certo punto della loro vita appartiene ai fotografi che fanno della strada un momento di puro piacere fotografico. Eh si, perchè se c’è una cosa che ho capito in questi ultimi anni, è che la gente e la strada un poco li devi amare. Devi farti trascinare profondamente e uscire dalle tue convinzioni per avvicinarti alle loro e partecipare alle loro vite, anche se per un solo istante. In questo brevissimo spazio temporale il bravo fotografo si infila cercando di catturare in quell’istante un prima e un dopo che lo consegnerà alla eternità.

Ero fermo già da alcuni minuti nel centro della magnifica Place de la Comèdie, in Montpellier, cercando di far pulizia dei miei pensieri quando la mia attenzione cade su una distante vecchina che esce dal piccolo supermarché della piazza abbarbicata alla sua piccola lista della spesa. Capisco da subito che può essere un soggetto interessante ma anche che devo lasciarla avvicinare e cambiare rapidamente direzione per cercare uno sfondo meno sporco, ma che non faccia fermare l’occhio esclusivamente sul soggetto. La seguo per un attimo e nel frattempo a occhio configuro la fotocamera sovraesponendo uno stop. Mi intenerisco alla vista della sua lista della spesa… una petit dîner, solitaria, con una concessione al piacere, una viennetta e una bevanda giovane. Commosso, Sto quasi per non tirare la mia fotografia ma con la coda dell’occhio, ormai concentrato sulla mia vecchina, intravvedo il simbolo della piazza, la Comédie, da cui fa bella mostra di se la bandiera di Francia. Ho scattato.

Domenico Cammarano Photography

Casa doveva essere vicina, la seguo per pochi secondi e la saluto con un’ultima fotografia, la mia vecchina.

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Olympus O-MD, la Mirrorless?

Premesso che non amo le recensioni tecniche, ma quelle basate su una esperienza d’uso sul campo, mi appresto a scrivere in modo pratico di questo aggeggio per tirare foto, a cui mi sono avvicinato quasi casualmente un paio di mesi orsono. Ha già un paio d’anni e questo la fa considerare “anziana” nell’attuale panorama delle attrezzature fotografice, ma un fotografo è qualcuno che usa le fotocamere per un progetto o una idea di fotografia, e non per il feticismo del possesso. Avevo la necessità di una fotocamera trasportabile, che mi permettesse di scattare in silenzio in ambienti in cui la riservatezza è d’obbligo, (senza il rumore dello specchio sarebbe bastato…) e sufficientemente “turistica” da poterla puntare addosso senza stressare il malcapitato, essendo disponibile pure a sopportare qualche difetto ma con pochi compromessi sulla qualità e sul controllo.

Domenico Cammarano Photography

Mi son messo alla ricerca di una Fuji, la X-Pro1, “vecchia”, vecchissima anche lei, e mi sono imbattuto nell’annuncio di vendita di una Olympus O-MD E-M5 di cui mi aveva tanto ben parlato un mio amico e caro collega. Una delle mie incognite era rivolta al sensore 4/3 e il mirino elettronico.

Domenico Cammarano Photography

Una specie di follia , ma acquisto e mi decido a provarla sul campo. Style? Bella e pesante in relazione alle dimensioni, un chiaro redesign in chiave digitale della famosa OM-1 (OM-D dove D come Digital…) che ben conosce chi ha iniziato in pellicola. Ottimo poi il supporto per il pollice nel posteriore. Contro? Come per la vecchia OM-1 “lacci” pressochè inutilizzabili. Te le trovi tra le dita un poco ovunque scattando e la prima cosa da fare è rimuoverli. Poco male la fotocamera si tiene in una mano anche tutta la giornata. Accendiamo e ci rendiamo conto che a volte i “tastini” sono un poco piccini ma cadono bene e la sensazione dei comandi di tempi e diaframmi con il “click” è ottima (tra l’altro molto migliorati nella seconda versione attuale). Contro? Uno soltanto, la leva di accensione ricopia fedelmente quella di Canon 5D Mark II (anche qui Olympus ha ascoltato i fotografi e non la troviamo più nella recente versione). Il menu è alquanto farraginoso e vi confesso che per configurarla secondo le mie esigenze ho impiegato tre giorni buoni seguendo diversi tutorial e spulciando nel manuale in pdf reperibile nel sito della Olympus.
E finalmente iniziamo a guardare nel mirino. Per mia grande sorpresa, nonostante la mia reticenza e sebbene so che non sia il migliore in assoluto, ci si vede benissimo e non ci sono lag, a patto di non usare i filtrini di cui sinceramente non sentiamo il bisogno. Lo scatto è sufficientemente silenzioso, la messa a fuoco è velocissima (l’inseguimento non funziona, ma a me non serve) e possiamo scattare in live view toccando con un dito lo schermo inclinabile. Il controllo nel mirino elettronico è superlativo. Sappiamo come verrà la fotografia con tanto di sovra e sotto-esposizione già allo scatto (il tempo della pellicola qui vi sembrerà lontanissimo). Anche in manuale il controllo è velocissimo, nulla da dire. Veniamo ai files. Ho preferito scattare in raw e jpg (qua si parla di orf) al contrario delle mie abitudini e il motivo è presto detto. I jpg in camera sono finalmente vere fotografie, la gamma dinamica è incredibile per un sensore di questo formato e la resa colore e dei toni della pelle veramente naturale, per non parlare del bilanciamento del bianco.

I files sono utilizzabilissimi senza il minimo passaggio in camera chiara a patto di aver scattato bene, e Il software di Olympus fa un gran bel lavoro. Noto subito che i files sono anche troppo incisi e decido di abbassare lo sharpening fino a -2 e i contrasti a -1. Volete sapere del rumore, lo so.
Premetto che qui conta molto meno, a meno che non vogliate per forza congelare i movimenti alla luce di una candela. La stabilizzazione su 5 assi vantata da Olympus funziona davvero, e mi ha permesso di scattare fino a quasi un secondo di posa a mano libera. Incredibile. Fino a circa 1600 ISo, vi giuro, non trovo comunque differenze apprezzabili in stampa con le mie full frame. Anzi, per certi versi il rumore è più gradevole essendo costituito da un puntinato scuro molto più simile a quello della pellicola. Gli ISO nella mia fotografia sono decisamente secondari ma per la maggior parte di voi non sono un testimone attendibile. Obiettivi? Tanti, anche troppi.

Ci potete montare davvero di tutto con i relativi anelli adattatori ma nello specifico (in base ai miei progetti) mi sono dotato di un 14MM Lumix, con una focale effettiva di 28 MM, da classico reportage e di un incredibile, per il prezzo, 45MM Zuiko (focale effettiva 90MM). Una lente dalle prestazioni incredibili che mi ha fatto ricredere sulla possibilità di fare ritratti di qualità in micro 4/3.
Risultato finale? Mi muovo con una borsetta da città Fossil avendo due corpi macchina e tre focali fisse a disposizione, 28, 40 e 90MM.

Domenico Cammarano Photography
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Come al solito, rispondo a domande (non da forum) qui, o sulla mia pagina Facebook.

La vie en Kodak

la vie en Kodak Innegabile, Kodak ha fatto la storia della fotografia e fare i nomi dei grandi maestri che hanno utilizzato e continuano a utilizzare film kodak, tanto in bianco nero che colore staremmo qui ore. Ma l’ambizioso progetto della esposizione che ho avuto la fortuna di visitare assieme a Nathalie, al magnifico Pavillone Populaire di Montpellier nello scorso week-end, ha catturato decisamente tutta la mia attenzione.

La vie en kodak – Colorama publicitaires de 1950 à 1970, è curata da Françoise Cheval e Gilles Mora e corredata da un catalogo edito da Hazan. porta in scena 70 delle 565 immagini pubblicitarie prodotte da Kodak tra il 1950 e il 1990, e esposte nel punto di scambio nevralgico della città di New York, la Grand Central Station. I colorama Kodak sono considerate tra le più grandi immagini mai costruite (è veramente il caso di utilizzare questo termine) e la loro realizzazione ha richiesto oltre a grandi autori, il dispiegamento di grandi mezzi e la risoluzione di problematiche inusuali per la fotografia dell’epoca.
Per gli appassionati dei numeri basti pensare che la superficie dei colorama risultò di 100 mq, per le incredibili dimensioni lineari di 5,5 x 18 metri, e l’allestimento richiese una retroilluminazione di circa 1 km di tubi al neon. Il solo affitto della hall della stazione costò 500.000 dollari l’anno!

I colorama non sono una mera rappresentazione pubblicitaria, ma una vera e propria messa in scena della società americana vagheggiata a partire dal primo dopoguerra, e destinata a essere rappresentata in modo monumentale nel luogo di transito per eccellenza del pendolarismo di New York. In ogni immagine viene mostrato qualcuno che riprende la scena dall’interno con una macchina fotografica o una piccola cinepresa, non solo per pubblicizzare il prodotto kodak, ma per diffondere una precisa idea di America.

Come scrive Cheval “Il Colorama è più di un panorama. Esprime qualcosa di diverso dal semplice potere dell’immagine moderna. Incarna il passaggio da uno stato all’altro del capitalismo, il passaggio dall’impero della merce alla merce immagine. Per le sue caratteristiche eccezionali, le gigantesche dimensioni e la forma, tra diorama e proiezione, il Colorama stabilisce definitivamente il rapporto diseguale tra l’oggetto fabbricato e lo spettatore assoggettato allo stato di consumatore.”

Immaginiamo un pendolare che all’ingresso in Grand Central Station, si immerge completamente nella visione “dell’Istante Kodak” che gli presenta la sua immagine di famiglia americana. Attraversiamo l’ordine cronologico nelle sale del Pavillon Populaire e scorriamo con lo sguardo i colorama kodak. Ci sono alcuni aspetti che, passando da una scena all’altra, ci danno la sensazione di non cambiare fotogramma. E in effetti va in onda sempre lo stesso film. Tutti sorridono, sia che siamo in presenza di una scena natalizia o di vacanze sulla neve, di un matrimonio o di un evento sportivo, di una gita domenicale o di un tuffo in piscina. Tutto è idilliaco e privo di tensioni.

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Nelle feste giovanili non c’è alcun segno di “gioventù bruciata”, tutto è rassicurante e fermo, anche le gonne in movimento apparente delle ballerine. Questa sensazione è il risultato di una realizzazione curata nel minimo dettaglio. Ciascuna immagine non reca testi, ma unicamente il logo Kodak relegato in un angolo e rafforzato molto frequentemente dai colori dominanti della scena, quel giallo e rosso che hanno reso riconoscibile nel mondo il marchio kodak. Le immagini sono curate tanto da fotografi aziendali che da grandissimi nomi della fotografia statunitense. Ansel Adams, Ernst Haas ed Eliot Porter sono tra questi, e anche agli allestimenti, spesso partecipano grandi nomi, come Norman Rockwell, uno dei maggiori illustratori del sogno americano.

I figuranti sono teatralmente congelati nelle loro pose senza lasciare spazio alcuno al “moment dècisif” tanto caro a Cartier-Bresson. Nulla dunque è lasciato al caso. Ciò che si vuole è che effettivamente l’istante kodak sia indissolubilmente legato a questa immagine paradisiaca. Come scrive anche Cheval, “I grandi assenti sono il male e le difficoltà”, ma Grand Central Station è una stazione, dove transita una popolazione periferica carica dei dolori quotidiani e che lassù, sulla balconata est, viene rapita per un attimo dalla possibilità di una vita perfetta, senza tensioni e conflitti, in cui l’armonia regna costantemente, senza tempo e luogo. Alcuna traccia anche delle contestazioni e delle problematiche sociali che attraversa la società americana, dalla guerra in Vietnam alle lotte per i diritti civili. Scorrendo i colorama nelle sale del Pavillon Populaire, ci rendiamo conto che i primi figuranti neri compaiono solo con il 1967. Fino ad allora vengono tutt’al più rappresentati, in costume tradizionale, alcuni indiani d’america nella classica gita domenicale in riserva.
Osservando i pannelli con il senso comune di oggi tutto sembra ancora più finto e patinato, ma l’impressione che restituisce la mostra è quella di trovarsi di fronte a uno dei progetti pubblicitari che hanno fatto la storia e che, anche a causa della immobilità delle sue immagini, ne decreta l’immortalità. Volendo ricercare un corrispettivo nel nostro Paese potremmo pensare al carosello, forma pubbicitaria molto diversa rispetto alla dimensione statunitense, la quale ha comunque lasciato la sua impronta nell’immaginario collettivo della popolazione italiana. Due realtà che rappresentano un tempo ormai trascorso e irrecuperabile, alle quali non possiamo far altro che guardare con un senso di malinconica nostalgia.

WPJA, confrontarsi per crescere

0418-2 Nella mia crescita fotografica ho sempre cercato il confronto con i colleghi, sia in quella documentaristica e fotogiornalistica, tanto nella fotografia wedding. Detto ciò devo anche dire che, in tenera età fotografica, non ho mai apprezzato forum fotografici, frequentati per un brevissimo lasso di tempo, e neppure associazioni fotografiche. Sicuramente non per snobismo o per una sensazione di superiorità. Per il semplice fatto che mi son reso conto fin da subito che sarebbe stato ben più conveniente rivolgermi ai libri e ai grandi fotografi del passato e contemporanei, che continuano a ispirarmi e a darmi la voglia di crescere professionalmente e non. Purtroppo c’è da dire che a livello non professionale e con l’avvento della fotografia digitale, l’interesse per l’attrezzatura, più che per la fotografia, sta formando generazioni di non fotografi. Tralasciamo questo punto dolente e vengo al punto. Alla mia non tenera età ho deciso di sottoporre la mia candidatura a una delle più prestigiose associazioni della fotografia di matrimonio in stile fotogiornalistico, la WPJA – appunto Wedding Photojournalist Association. La WPJA ha stabilito che il mio portfolio risponde ai requisiti di questa prestigiosa associazione. Un onore, ma anche una responsabilità in più verso chi sceglie la mia fotografia per ricordare i suoi momenti felici, e per me stesso. La logica della associazione infatti, si basa su una classifica stilata in base a quattro contest annuali su varie categorie. Una grande occasione di crescita, nel confronto con i più grandi professionisti al mondo della fotografia di matrimonio.

Un grande grazie alle coppie che hanno scelto la mia fotografia e mi hanno dato questa grande possibilità.

La mia Zorki 4K

Zorki 4K
Tempo addietro, la mia passione per la fotografia estemporanea e documentaristica, mi ha avvicinato a quella specie di tunnel spazio temporale che oggi son considerate queste fotocamere dai non addetti ai lavori, le fotocamere rangefinder. Quelle fotocamere dotate di telemetro per la messa a fuoco, in stile Leica Per capirci. La allocuzione tunnel spazio temporale potrete comprenderla appieno soltanto possendendone una e girando per le strade in sua compagnia. Quantomeno i più curiosi vi fermeranno per chiedere spiegazioni.

Prima di acquistare una Leica ho voluto dirigermi verso uno degli economicissimi modelli sovietici provenienti dalla nota fabbrica Fed, La zorki 4K, ultima rangefinder prodotta, se non erro, prima della stranota Reflex Zenith.
Zorki non è facile. Completamente manuale, completamente meccanica, nessun esposimetro e niente batterie per nulla e quindi, perfetta!
Se non si sa nulla di controlli manuali, basta iniziare con la vecchia e cara regola del 16, e iniziare a sperimentare. Lo stile di questa russa è molto personale. Anche nel “design”, se così vogliamo definirlo, non la trovo così vicina poi a una Leica e per quel che riguarda alcuni accorgimenti tecnici, forse è addirittura superiore. A iniziare dal telemetro, che pur se non paragonabile al Leica in limpidezza, è pur sempre dotato di un fattore ingrandimento 1.0. Gran vantaggio inoltre, poterlo allineare personalmente con gran facilità. Dove questo carro armato perde nettamente è in rumorosità e in una certa lentezza e macchinosità delle operazioni da eseguire per preparare lo scatto. A proposito, attenzione a non armare l’otturatore regolando i tempi di scatto prima di aver avanzato di fotogramma! Anche volendo utilizzare gli obiettivi russi, personalmente posseggo la copia 50 f/2 dello Zeiss Sonnar e l’incredibile 35MM Jupiter 12, ritengo che non si abbiano grandi perdite di qualità. Non ascoltate i bla bla dei Leicisti!
Beninteso adoro la mia Leica M6 TTl, ma avendoci il manico, i risultati possono essere del tutto comparabili.

La fotocamera si sente bene tra le mani e le persone si sentiranno irrimediabilmente attratte da essa, scambiandovi per una specie di Indiana Jones. Zorki 4 è una ballissima fotocamera e una ottima occasione di conversazione.

Come al solito se avete domande non esitate… e bon voyage!