Primo Street Walking Day

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La fotografia, la buona fotografia, è un connubio innegabile di testa, cuore e progetto. Senza scomodare Cartier-Bresson, il progetto fotografico è ciò che fa veramente di una serie di fotografie, un discorso completo e degno di essere esposto, proprio come un bel libro venduto. Un progetto interessante è una delle cose più difficili da realizzare in fotografia e richiede una costante applicazione, praticamente quotidiana. La Street Photography oggi è di gran moda, ma quante delle immagini che vediamo sopratutto nei social possono essere considerate di Street? In realtà non esiste una precisa definizione, ma negli incontri che ho in mente, cercheremo di conoscerci e di dare una personalissima definizione di Street Photography. Oltre all’aspetto filosofico, tratteremo le tecniche di scatto più appropriate in relazione al mezzo utilizzato. Ciascun incontro sarà preceduto da un briefing di due ore direttamente nel luogo di incontro prestabilito per il walking fotografico. Vediamo i requisiti di partecipazione e il programma.

Requisiti di partecipazione

Qualunque fotocamera dotata di obbiettivo con focale compresa tra 28 e 40 MM e con scala della profondità di campo, digitale o analogica.
Teoria della esposizione di base.

Programma

✓ Significati della Street Photography
✓ Zone focali, Lo tecnica di scatto dei grandi maestri
✓ Risoluzione di un esercizio fotografico di Street Photography a sorpresa
✓ Analisi degli scatti (dopo selezione e pubblicazione su un mio gruppo on-line)
✓ Amatriciana fotografica presso “Da Bibbo, Osteria rivisitata” a Cerveteri

Appuntamento: Ladispoli,  Venerdì 5 Giugno – ore 15.30 presso  Piazza R. Rossellini.
Quota di partecipazione: Euro 45, per un numero massimo di 6 partecipanti

Richiedi la iscrizione entro e non oltre il 23 Maggio 2015, inviando la tua email a:
info@domenicocammarano.it
oppure inviando un messaggio privato alla mia pagina facebook:
https://www.facebook.com/cammaranophotography

La vie en Kodak

la vie en KodakInnegabile, Kodak ha fatto la storia della fotografia e fare i nomi dei grandi maestri che hanno utilizzato e continuano a utilizzare film kodak, tanto in bianco nero che colore staremmo qui ore. Ma l’ambizioso progetto della esposizione che ho avuto la fortuna di visitare assieme a Nathalie, al magnifico Pavillone Populaire di Montpellier nello scorso week-end, ha catturato decisamente tutta la mia attenzione.

La vie en kodak – Colorama publicitaires de 1950 à 1970, è curata da Françoise Cheval e Gilles Mora e corredata da un catalogo edito da Hazan. porta in scena 70 delle 565 immagini pubblicitarie prodotte da Kodak tra il 1950 e il 1990, e esposte nel punto di scambio nevralgico della città di New York, la Grand Central Station. I colorama Kodak sono considerate tra le più grandi immagini mai costruite (è veramente il caso di utilizzare questo termine) e la loro realizzazione ha richiesto oltre a grandi autori, il dispiegamento di grandi mezzi e la risoluzione di problematiche inusuali per la fotografia dell’epoca.
Per gli appassionati dei numeri basti pensare che la superficie dei colorama risultò di 100 mq, per le incredibili dimensioni lineari di 5,5 x 18 metri, e l’allestimento richiese una retroilluminazione di circa 1 km di tubi al neon. Il solo affitto della hall della stazione costò 500.000 dollari l’anno!

I colorama non sono una mera rappresentazione pubblicitaria, ma una vera e propria messa in scena della società americana vagheggiata a partire dal primo dopoguerra, e destinata a essere rappresentata in modo monumentale nel luogo di transito per eccellenza del pendolarismo di New York. In ogni immagine viene mostrato qualcuno che riprende la scena dall’interno con una macchina fotografica o una piccola cinepresa, non solo per pubblicizzare il prodotto kodak, ma per diffondere una precisa idea di America.

Come scrive Cheval “Il Colorama è più di un panorama. Esprime qualcosa di diverso dal semplice potere dell’immagine moderna. Incarna il passaggio da uno stato all’altro del capitalismo, il passaggio dall’impero della merce alla merce immagine. Per le sue caratteristiche eccezionali, le gigantesche dimensioni e la forma, tra diorama e proiezione, il Colorama stabilisce definitivamente il rapporto diseguale tra l’oggetto fabbricato e lo spettatore assoggettato allo stato di consumatore.”

Immaginiamo un pendolare che all’ingresso in Grand Central Station, si immerge completamente nella visione “dell’Istante Kodak” che gli presenta la sua immagine di famiglia americana. Attraversiamo l’ordine cronologico nelle sale del Pavillon Populaire e scorriamo con lo sguardo i colorama kodak. Ci sono alcuni aspetti che, passando da una scena all’altra, ci danno la sensazione di non cambiare fotogramma. E in effetti va in onda sempre lo stesso film. Tutti sorridono, sia che siamo in presenza di una scena natalizia o di vacanze sulla neve, di un matrimonio o di un evento sportivo, di una gita domenicale o di un tuffo in piscina. Tutto è idilliaco e privo di tensioni.

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Nelle feste giovanili non c’è alcun segno di “gioventù bruciata”, tutto è rassicurante e fermo, anche le gonne in movimento apparente delle ballerine. Questa sensazione è il risultato di una realizzazione curata nel minimo dettaglio. Ciascuna immagine non reca testi, ma unicamente il logo Kodak relegato in un angolo e rafforzato molto frequentemente dai colori dominanti della scena, quel giallo e rosso che hanno reso riconoscibile nel mondo il marchio kodak. Le immagini sono curate tanto da fotografi aziendali che da grandissimi nomi della fotografia statunitense. Ansel Adams, Ernst Haas ed Eliot Porter sono tra questi, e anche agli allestimenti, spesso partecipano grandi nomi, come Norman Rockwell, uno dei maggiori illustratori del sogno americano.

I figuranti sono teatralmente congelati nelle loro pose senza lasciare spazio alcuno al “moment dècisif” tanto caro a Cartier-Bresson. Nulla dunque è lasciato al caso. Ciò che si vuole è che effettivamente l’istante kodak sia indissolubilmente legato a questa immagine paradisiaca. Come scrive anche Cheval, “I grandi assenti sono il male e le difficoltà”, ma Grand Central Station è una stazione, dove transita una popolazione periferica carica dei dolori quotidiani e che lassù, sulla balconata est, viene rapita per un attimo dalla possibilità di una vita perfetta, senza tensioni e conflitti, in cui l’armonia regna costantemente, senza tempo e luogo. Alcuna traccia anche delle contestazioni e delle problematiche sociali che attraversa la società americana, dalla guerra in Vietnam alle lotte per i diritti civili. Scorrendo i colorama nelle sale del Pavillon Populaire, ci rendiamo conto che i primi figuranti neri compaiono solo con il 1967. Fino ad allora vengono tutt’al più rappresentati, in costume tradizionale, alcuni indiani d’america nella classica gita domenicale in riserva.
Osservando i pannelli con il senso comune di oggi tutto sembra ancora più finto e patinato, ma l’impressione che restituisce la mostra è quella di trovarsi di fronte a uno dei progetti pubblicitari che hanno fatto la storia e che, anche a causa della immobilità delle sue immagini, ne decreta l’immortalità. Volendo ricercare un corrispettivo nel nostro Paese potremmo pensare al carosello, forma pubbicitaria molto diversa rispetto alla dimensione statunitense, la quale ha comunque lasciato la sua impronta nell’immaginario collettivo della popolazione italiana. Due realtà che rappresentano un tempo ormai trascorso e irrecuperabile, alle quali non possiamo far altro che guardare con un senso di malinconica nostalgia.

Zone focusing, lo scatto dei maestri

Quando ho iniziato a innamorarmi del fotogiornalismo di strada, la ben nota Street Photography, mi resi conto che uno dei motivi di grande frustrazione fosse dovuto alla relativa lentezza dei moderni sistemi automatici di messa a fuoco. Per quanto apparentemente velocissimi, è incredibile quanto spesso siano lenti e inadatti a cogliere il “momento decisivo”, per dirla alla Henri Cartier Bresson.
Paradossalmente i sistemi più rapidi a catturare quel momento, sono le vecchie fotocamere a telemetro (non necessariamente, ma le preferisco) dotate di obbiettivi con ghiera dei diaframmi e dei tempi accoppiate. A questo punto ci chiederemo sicuramente: come facevano i grandi maestri della fotografia a scattare momenti tanto decisivi senza gli automatismi di messa a fuoco? Più difficile a dirsi che a farsi.
Senza scendere nel dettaglio dei calcoli e dei perchè, dobbiamo lavorare a diaframmi molto chiusi (f/8 o f/11) e stabilire a priori quale sarà la nostra zona in cui tutto sarà a fuoco. Utilizzare questa tecnica, la stessa dei grandi maestri della fotografia del passato, ci farà concentrare sulla composizione e ci renderà meno visibili ai passanti. Sulla mia Zorki, Rolleiflex e Leica M6 TTL, generalmente uso una pellicola 400 ISO, una apertura f/8, f/11 e velocità dell’otturatore comprese tra 1/125 e 1/500 di secondo.

Zone Focusing

Jupiter 12, 35MM f/2,8. Focheggiando in modo predittivo su 2M, otteniamo una “zona” a fuoco tra circa 1.4M e 4M in corrispondenza di una apertura pari a f/8

 

Su apparecchi digitali moderni che montano obbiettivi di vecchia generazione (spesso i nuovi non hanno l’accoppiamento di ghiere diaframmi-distanze), la possibilità di modificare gli ISO ci semplifica notevolmente il lavoro:

Aperture f/16
ISO 800-3200
Shutter Speed 1/320s
Prefocus 1 metro
AV mode

Perchè usare questa configurazione? Un diaframma così chiuso consente una zona di messa a fuoco la più ampia possibile. Mantenere gli ISO alti permette velocità di otturazione al di sopra di 1/320. Con questo artificio possiamo catturare i passanti anche in movimento veloce non sfocati. Il rumore (digitale o no) non mi preoccupa più di tanto.

Hai domande su concetto di  messa a fuoco zonale o iperfocale? Lasciale nei commenti qui sotto. Se vuoi iscriverti all’imminente Street Walking Day, metti un like alla mia pagina facebook e proponi la tua candidatura!

WPJA, confrontarsi per crescere

0418-2Nella mia crescita fotografica ho sempre cercato il confronto con i colleghi, sia in quella documentaristica e fotogiornalistica, tanto nella fotografia wedding. Detto ciò devo anche dire che, in tenera età fotografica, non ho mai apprezzato forum fotografici, frequentati per un brevissimo lasso di tempo, e neppure associazioni fotografiche. Sicuramente non per snobismo o per una sensazione di superiorità. Per il semplice fatto che mi son reso conto fin da subito che sarebbe stato ben più conveniente rivolgermi ai libri e ai grandi fotografi del passato e contemporanei, che continuano a ispirarmi e a darmi la voglia di crescere professionalmente e non. Purtroppo c’è da dire che a livello non professionale e con l’avvento della fotografia digitale, l’interesse per l’attrezzatura, più che per la fotografia, sta formando generazioni di non fotografi. Tralasciamo questo punto dolente e vengo al punto. Alla mia non tenera età ho deciso di sottoporre la mia candidatura a una delle più prestigiose associazioni della fotografia di matrimonio in stile fotogiornalistico, la WPJA – appunto Wedding Photojournalist Association. La WPJA ha stabilito che il mio portfolio risponde ai requisiti di questa prestigiosa associazione. Un onore, ma anche una responsabilità in più verso chi sceglie la mia fotografia per ricordare i suoi momenti felici, e per me stesso. La logica della associazione infatti, si basa su una classifica stilata in base a quattro contest annuali su varie categorie. Una grande occasione di crescita, nel confronto con i più grandi professionisti al mondo della fotografia di matrimonio.

Un grande grazie alle coppie che hanno scelto la mia fotografia e mi hanno dato questa grande possibilità.

La mia Zorki 4K

Zorki 4K
Tempo addietro, la mia passione per la fotografia estemporanea e documentaristica, mi ha avvicinato a quella specie di tunnel spazio temporale che oggi son considerate queste fotocamere dai non addetti ai lavori, le fotocamere rangefinder. Quelle fotocamere dotate di telemetro per la messa a fuoco, in stile Leica Per capirci. La allocuzione tunnel spazio temporale potrete comprenderla appieno soltanto possendendone una e girando per le strade in sua compagnia. Quantomeno i più curiosi vi fermeranno per chiedere spiegazioni.

Prima di acquistare una Leica ho voluto dirigermi verso uno degli economicissimi modelli sovietici provenienti dalla nota fabbrica Fed, La zorki 4K, ultima rangefinder prodotta, se non erro, prima della stranota Reflex Zenith.
Zorki non è facile. Completamente manuale, completamente meccanica, nessun esposimetro e niente batterie per nulla e quindi, perfetta!
Se non si sa nulla di controlli manuali, basta iniziare con la vecchia e cara regola del 16, e iniziare a sperimentare. Lo stile di questa russa è molto personale. Anche nel “design”, se così vogliamo definirlo, non la trovo così vicina poi a una Leica e per quel che riguarda alcuni accorgimenti tecnici, forse è addirittura superiore. A iniziare dal telemetro, che pur se non paragonabile al Leica in limpidezza, è pur sempre dotato di un fattore ingrandimento 1.0. Gran vantaggio inoltre, poterlo allineare personalmente con gran facilità. Dove questo carro armato perde nettamente è in rumorosità e in una certa lentezza e macchinosità delle operazioni da eseguire per preparare lo scatto. A proposito, attenzione a non armare l’otturatore regolando i tempi di scatto prima di aver avanzato di fotogramma! Anche volendo utilizzare gli obiettivi russi, personalmente posseggo la copia 50 f/2 dello Zeiss Sonnar e l’incredibile 35MM Jupiter 12, ritengo che non si abbiano grandi perdite di qualità. Non ascoltate i bla bla dei Leicisti!
Beninteso adoro la mia Leica M6 TTl, ma avendoci il manico, i risultati possono essere del tutto comparabili.

La fotocamera si sente bene tra le mani e le persone si sentiranno irrimediabilmente attratte da essa, scambiandovi per una specie di Indiana Jones. Zorki 4 è una ballissima fotocamera e una ottima occasione di conversazione.

Come al solito se avete domande non esitate… e bon voyage!

Destination Wedding, Cerveteri

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Why not? Cerveteri is a beautiful medieval village a few kilometers from Rome, which has its roots in the Etruscan culture. It is situated on a hill close to the sea and to Bracciano Lake. In addition to my photography, my wife Nathalie and I will listen to your desires for your Italian wedding, and we will advise you about the locations available in the area and for the accommodation of your guests, which for your receipt.
These include the Castle of Ceri, Santa Severa and Santa Marinella Castle, La Vela Restaurant, Acqua delle Donne Restaurant and many others.
Nathalie also will create a custom staging simple and chic for your Banquet Room in a beautiful Italian-French style. Contact us for your wedding on italian lakes!