Una storia dietro una fotografia

Quando sei in strada a tirar foto, che sia per un progetto o meno, dopo l’acclimatamento necessario a respirare quel luogo, inizi a vivere in quello stato di attenzione che a un certo punto della loro vita appartiene ai fotografi che fanno della strada un momento di puro piacere fotografico. Eh si, perchè se c’è una cosa che ho capito in questi ultimi anni, è che la gente e la strada un poco li devi amare. Devi farti trascinare profondamente e uscire dalle tue convinzioni per avvicinarti alle loro e partecipare alle loro vite, anche se per un solo istante. In questo brevissimo spazio temporale il bravo fotografo si infila cercando di catturare in quell’istante un prima e un dopo che lo consegnerà alla eternità.

Ero fermo già da alcuni minuti nel centro della magnifica Place de la Comèdie, in Montpellier, cercando di far pulizia dei miei pensieri quando la mia attenzione cade su una distante vecchina che esce dal piccolo supermarché della piazza abbarbicata alla sua piccola lista della spesa. Capisco da subito che può essere un soggetto interessante ma anche che devo lasciarla avvicinare e cambiare rapidamente direzione per cercare uno sfondo meno sporco, ma che non faccia fermare l’occhio esclusivamente sul soggetto. La seguo per un attimo e nel frattempo a occhio configuro la fotocamera sovraesponendo uno stop. Mi intenerisco alla vista della sua lista della spesa… una petit dîner, solitaria, con una concessione al piacere, una viennetta e una bevanda giovane. Commosso, Sto quasi per non tirare la mia fotografia ma con la coda dell’occhio, ormai concentrato sulla mia vecchina, intravvedo il simbolo della piazza, la Comédie, da cui fa bella mostra di se la bandiera di Francia. Ho scattato.

Domenico Cammarano Photography

Casa doveva essere vicina, la seguo per pochi secondi e la saluto con un’ultima fotografia, la mia vecchina.

Domenico Cammarano Photography

Un semplice segreto per una migliore street photography

Un diluvio di immagini, che vanno sotto la categoria street, vengono pubblicate ogni giorno, principalmente nei social. Ma quali sono gli elementi che separano una buona fotografia da una ordinaria? Cosa fa fermare l’osservatore per alcuni minuti su una fotografia e impedisce che passi alla successiva nel breve lasso di alcuni secondi? Cosa cattura realmente l’interesse?
Ci sono molte risposte a questa domanda, una è incredibilmente evidente: composizione, gestione della luce, un soggetto interessante, connessioni mentali a cui richiama la fotografia etc. Ma c’è una risposta, non così evidente, che riguarda un elemento che può fare la differenza tra una fotografia normale e una fotografia interessante, il movimento.

Scorro ogni giorno migliaia di immagini e le fotografie che attirano la mia attenzione e che mi affascinano inevitabilmente, sono quelle in cui c’è spazio alla immaginazione di un prima e un dopo all’istante dello scatto. Quelle in cui il movimento è il deus ex machina della composizione fotografica.

osserviamo ad esempio questa immagine di Petricor Photography, un talentuoso fotografo con base a Milano. Possiamo calarci per un attimo nella scena e immaginare lo sfrecciare del tram, lo svolazzare dell’impermeabile dell’uomo, mentre la figura in primo piano sfocata ci da l’idea di qualcuno che ha un appuntamento importante. La composizione è perfetta, le due figure sono incorniciate tra i sostegni e la scelta del bianco nero contrastato aiuta a concentrarsi sul dinamismo della immagine. Il movimento quindi, come espressione massima del tanto caro concetto di bresson. Il “moment decisif” non si ferma tanto all’istante, ma ci guida a immaginare un prima e un dopo.

Il movimento può essere colto in tanti modo. Nel caso che abbiamo visto, abbiamo un primo e un terzo piano in movimento e i due testimoni del momento, tre incluso il fotografo che si ferma per un attimo a consegnarlo alla storia. Cito ancora una immagine di Petricor.

Ancora una volta una composizione perfetta e bilanciata e una perfetta scelta del bianco nero. Ma ciò che porta davvero alla vita è il movimento, seppur congelato dal fotografo. Il lento andare degli adulti che fa contrasto con la corsa dei bambini e lascia scivolare l’occhio poi al magnifico riflesso.

Movimento quindi. Portare la propria fotografia di strada a un livello superiore comporta la sua inclusione nella nostra fotografia. Notarlo, stare nella stessa posizione per almeno una quindicina di minuti e aspettarlo, per infilarsi giustappunto in quella frazione temporale che ci permette di stare tra il prima e il dopo.

Catturare la vita significa catturarne il cambiamento. Prosit.

Olympus O-MD, la Mirrorless?

Premesso che non amo le recensioni tecniche, ma quelle basate su una esperienza d’uso sul campo, mi appresto a scrivere in modo pratico di questo aggeggio per tirare foto, a cui mi sono avvicinato quasi casualmente un paio di mesi orsono. Ha già un paio d’anni e questo la fa considerare “anziana” nell’attuale panorama delle attrezzature fotografice, ma un fotografo è qualcuno che usa le fotocamere per un progetto o una idea di fotografia, e non per il feticismo del possesso. Avevo la necessità di una fotocamera trasportabile, che mi permettesse di scattare in silenzio in ambienti in cui la riservatezza è d’obbligo, (senza il rumore dello specchio sarebbe bastato…) e sufficientemente “turistica” da poterla puntare addosso senza stressare il malcapitato, essendo disponibile pure a sopportare qualche difetto ma con pochi compromessi sulla qualità e sul controllo.

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Mi son messo alla ricerca di una Fuji, la X-Pro1, “vecchia”, vecchissima anche lei, e mi sono imbattuto nell’annuncio di vendita di una Olympus O-MD E-M5 di cui mi aveva tanto ben parlato un mio amico e caro collega. Una delle mie incognite era rivolta al sensore 4/3 e il mirino elettronico.

Domenico Cammarano Photography

Una specie di follia , ma acquisto e mi decido a provarla sul campo. Style? Bella e pesante in relazione alle dimensioni, un chiaro redesign in chiave digitale della famosa OM-1 (OM-D dove D come Digital…) che ben conosce chi ha iniziato in pellicola. Ottimo poi il supporto per il pollice nel posteriore. Contro? Come per la vecchia OM-1 “lacci” pressochè inutilizzabili. Te le trovi tra le dita un poco ovunque scattando e la prima cosa da fare è rimuoverli. Poco male la fotocamera si tiene in una mano anche tutta la giornata. Accendiamo e ci rendiamo conto che a volte i “tastini” sono un poco piccini ma cadono bene e la sensazione dei comandi di tempi e diaframmi con il “click” è ottima (tra l’altro molto migliorati nella seconda versione attuale). Contro? Uno soltanto, la leva di accensione ricopia fedelmente quella di Canon 5D Mark II (anche qui Olympus ha ascoltato i fotografi e non la troviamo più nella recente versione). Il menu è alquanto farraginoso e vi confesso che per configurarla secondo le mie esigenze ho impiegato tre giorni buoni seguendo diversi tutorial e spulciando nel manuale in pdf reperibile nel sito della Olympus.
E finalmente iniziamo a guardare nel mirino. Per mia grande sorpresa, nonostante la mia reticenza e sebbene so che non sia il migliore in assoluto, ci si vede benissimo e non ci sono lag, a patto di non usare i filtrini di cui sinceramente non sentiamo il bisogno. Lo scatto è sufficientemente silenzioso, la messa a fuoco è velocissima (l’inseguimento non funziona, ma a me non serve) e possiamo scattare in live view toccando con un dito lo schermo inclinabile. Il controllo nel mirino elettronico è superlativo. Sappiamo come verrà la fotografia con tanto di sovra e sotto-esposizione già allo scatto (il tempo della pellicola qui vi sembrerà lontanissimo). Anche in manuale il controllo è velocissimo, nulla da dire. Veniamo ai files. Ho preferito scattare in raw e jpg (qua si parla di orf) al contrario delle mie abitudini e il motivo è presto detto. I jpg in camera sono finalmente vere fotografie, la gamma dinamica è incredibile per un sensore di questo formato e la resa colore e dei toni della pelle veramente naturale, per non parlare del bilanciamento del bianco.

I files sono utilizzabilissimi senza il minimo passaggio in camera chiara a patto di aver scattato bene, e Il software di Olympus fa un gran bel lavoro. Noto subito che i files sono anche troppo incisi e decido di abbassare lo sharpening fino a -2 e i contrasti a -1. Volete sapere del rumore, lo so.
Premetto che qui conta molto meno, a meno che non vogliate per forza congelare i movimenti alla luce di una candela. La stabilizzazione su 5 assi vantata da Olympus funziona davvero, e mi ha permesso di scattare fino a quasi un secondo di posa a mano libera. Incredibile. Fino a circa 1600 ISo, vi giuro, non trovo comunque differenze apprezzabili in stampa con le mie full frame. Anzi, per certi versi il rumore è più gradevole essendo costituito da un puntinato scuro molto più simile a quello della pellicola. Gli ISO nella mia fotografia sono decisamente secondari ma per la maggior parte di voi non sono un testimone attendibile. Obiettivi? Tanti, anche troppi.

Ci potete montare davvero di tutto con i relativi anelli adattatori ma nello specifico (in base ai miei progetti) mi sono dotato di un 14MM Lumix, con una focale effettiva di 28 MM, da classico reportage e di un incredibile, per il prezzo, 45MM Zuiko (focale effettiva 90MM). Una lente dalle prestazioni incredibili che mi ha fatto ricredere sulla possibilità di fare ritratti di qualità in micro 4/3.
Risultato finale? Mi muovo con una borsetta da città Fossil avendo due corpi macchina e tre focali fisse a disposizione, 28, 40 e 90MM.

Domenico Cammarano Photography
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Come al solito, rispondo a domande (non da forum) qui, o sulla mia pagina Facebook.

La Roma di Roberto Rossellini

Simona e Massimo hanno scelto per il loro matrimonio una Roma sparita, quella di Roma Città Aperta. Probabile e controverso primo esempio di quel neo realismo di cui è infarcito il cinema del nostro dopoguerra. Per il wedding day di Simona e Massimo, che vede come location proprio quelli di alcune scene del film, ho voluto realizzare anche una serie di immagini dal sapore vagamente retrò, e nel formato quattro terzi, quello della pellicola di allora.

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Come da tradizione, l’abito è stato confezionato in casa dalle mani sapienti della mamma.

Domenico Cammarano Photography
La Chiesa è proprio quella consacrata alla storia dalla pellicola, Sant’Elena in zona Pigneto a Roma. Qui Simona e Massimo mentre percorrono proprio i passi di Don Pietro, interpretato dal Aldo Fabrizi.
Domenico Cammarano Photography
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Primo Street Walking Day

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La fotografia, la buona fotografia, è un connubio innegabile di testa, cuore e progetto. Senza scomodare Cartier-Bresson, il progetto fotografico è ciò che fa veramente di una serie di fotografie, un discorso completo e degno di essere esposto, proprio come un bel libro venduto. Un progetto interessante è una delle cose più difficili da realizzare in fotografia e richiede una costante applicazione, praticamente quotidiana. La Street Photography oggi è di gran moda, ma quante delle immagini che vediamo sopratutto nei social possono essere considerate di Street? In realtà non esiste una precisa definizione, ma negli incontri che ho in mente, cercheremo di conoscerci e di dare una personalissima definizione di Street Photography. Oltre all’aspetto filosofico, tratteremo le tecniche di scatto più appropriate in relazione al mezzo utilizzato. Ciascun incontro sarà preceduto da un briefing di due ore direttamente nel luogo di incontro prestabilito per il walking fotografico. Vediamo i requisiti di partecipazione e il programma.

Requisiti di partecipazione

Qualunque fotocamera dotata di obbiettivo con focale compresa tra 28 e 40 MM e con scala della profondità di campo, digitale o analogica.
Teoria della esposizione di base.

Programma

✓ Significati della Street Photography
✓ Zone focali, Lo tecnica di scatto dei grandi maestri
✓ Risoluzione di un esercizio fotografico di Street Photography a sorpresa
✓ Analisi degli scatti (dopo selezione e pubblicazione su un mio gruppo on-line)
✓ Amatriciana fotografica presso “Da Bibbo, Osteria rivisitata” a Cerveteri

Appuntamento: Ladispoli,  Venerdì 5 Giugno – ore 15.30 presso  Piazza R. Rossellini.
Quota di partecipazione: Euro 45, per un numero massimo di 6 partecipanti

Richiedi la iscrizione entro e non oltre il 23 Maggio 2015, inviando la tua email a:
info@domenicocammarano.it
oppure inviando un messaggio privato alla mia pagina facebook:
https://www.facebook.com/cammaranophotography

La vie en Kodak

la vie en KodakInnegabile, Kodak ha fatto la storia della fotografia e fare i nomi dei grandi maestri che hanno utilizzato e continuano a utilizzare film kodak, tanto in bianco nero che colore staremmo qui ore. Ma l’ambizioso progetto della esposizione che ho avuto la fortuna di visitare assieme a Nathalie, al magnifico Pavillone Populaire di Montpellier nello scorso week-end, ha catturato decisamente tutta la mia attenzione.

La vie en kodak – Colorama publicitaires de 1950 à 1970, è curata da Françoise Cheval e Gilles Mora e corredata da un catalogo edito da Hazan. porta in scena 70 delle 565 immagini pubblicitarie prodotte da Kodak tra il 1950 e il 1990, e esposte nel punto di scambio nevralgico della città di New York, la Grand Central Station. I colorama Kodak sono considerate tra le più grandi immagini mai costruite (è veramente il caso di utilizzare questo termine) e la loro realizzazione ha richiesto oltre a grandi autori, il dispiegamento di grandi mezzi e la risoluzione di problematiche inusuali per la fotografia dell’epoca.
Per gli appassionati dei numeri basti pensare che la superficie dei colorama risultò di 100 mq, per le incredibili dimensioni lineari di 5,5 x 18 metri, e l’allestimento richiese una retroilluminazione di circa 1 km di tubi al neon. Il solo affitto della hall della stazione costò 500.000 dollari l’anno!

I colorama non sono una mera rappresentazione pubblicitaria, ma una vera e propria messa in scena della società americana vagheggiata a partire dal primo dopoguerra, e destinata a essere rappresentata in modo monumentale nel luogo di transito per eccellenza del pendolarismo di New York. In ogni immagine viene mostrato qualcuno che riprende la scena dall’interno con una macchina fotografica o una piccola cinepresa, non solo per pubblicizzare il prodotto kodak, ma per diffondere una precisa idea di America.

Come scrive Cheval “Il Colorama è più di un panorama. Esprime qualcosa di diverso dal semplice potere dell’immagine moderna. Incarna il passaggio da uno stato all’altro del capitalismo, il passaggio dall’impero della merce alla merce immagine. Per le sue caratteristiche eccezionali, le gigantesche dimensioni e la forma, tra diorama e proiezione, il Colorama stabilisce definitivamente il rapporto diseguale tra l’oggetto fabbricato e lo spettatore assoggettato allo stato di consumatore.”

Immaginiamo un pendolare che all’ingresso in Grand Central Station, si immerge completamente nella visione “dell’Istante Kodak” che gli presenta la sua immagine di famiglia americana. Attraversiamo l’ordine cronologico nelle sale del Pavillon Populaire e scorriamo con lo sguardo i colorama kodak. Ci sono alcuni aspetti che, passando da una scena all’altra, ci danno la sensazione di non cambiare fotogramma. E in effetti va in onda sempre lo stesso film. Tutti sorridono, sia che siamo in presenza di una scena natalizia o di vacanze sulla neve, di un matrimonio o di un evento sportivo, di una gita domenicale o di un tuffo in piscina. Tutto è idilliaco e privo di tensioni.

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Nelle feste giovanili non c’è alcun segno di “gioventù bruciata”, tutto è rassicurante e fermo, anche le gonne in movimento apparente delle ballerine. Questa sensazione è il risultato di una realizzazione curata nel minimo dettaglio. Ciascuna immagine non reca testi, ma unicamente il logo Kodak relegato in un angolo e rafforzato molto frequentemente dai colori dominanti della scena, quel giallo e rosso che hanno reso riconoscibile nel mondo il marchio kodak. Le immagini sono curate tanto da fotografi aziendali che da grandissimi nomi della fotografia statunitense. Ansel Adams, Ernst Haas ed Eliot Porter sono tra questi, e anche agli allestimenti, spesso partecipano grandi nomi, come Norman Rockwell, uno dei maggiori illustratori del sogno americano.

I figuranti sono teatralmente congelati nelle loro pose senza lasciare spazio alcuno al “moment dècisif” tanto caro a Cartier-Bresson. Nulla dunque è lasciato al caso. Ciò che si vuole è che effettivamente l’istante kodak sia indissolubilmente legato a questa immagine paradisiaca. Come scrive anche Cheval, “I grandi assenti sono il male e le difficoltà”, ma Grand Central Station è una stazione, dove transita una popolazione periferica carica dei dolori quotidiani e che lassù, sulla balconata est, viene rapita per un attimo dalla possibilità di una vita perfetta, senza tensioni e conflitti, in cui l’armonia regna costantemente, senza tempo e luogo. Alcuna traccia anche delle contestazioni e delle problematiche sociali che attraversa la società americana, dalla guerra in Vietnam alle lotte per i diritti civili. Scorrendo i colorama nelle sale del Pavillon Populaire, ci rendiamo conto che i primi figuranti neri compaiono solo con il 1967. Fino ad allora vengono tutt’al più rappresentati, in costume tradizionale, alcuni indiani d’america nella classica gita domenicale in riserva.
Osservando i pannelli con il senso comune di oggi tutto sembra ancora più finto e patinato, ma l’impressione che restituisce la mostra è quella di trovarsi di fronte a uno dei progetti pubblicitari che hanno fatto la storia e che, anche a causa della immobilità delle sue immagini, ne decreta l’immortalità. Volendo ricercare un corrispettivo nel nostro Paese potremmo pensare al carosello, forma pubbicitaria molto diversa rispetto alla dimensione statunitense, la quale ha comunque lasciato la sua impronta nell’immaginario collettivo della popolazione italiana. Due realtà che rappresentano un tempo ormai trascorso e irrecuperabile, alle quali non possiamo far altro che guardare con un senso di malinconica nostalgia.