Alla fine della fiera

La fotografia, e quella di cerimonia in particolare, è evidente che oggi non goda di gran considerazione. E’ vero, il problema della scarsa cultura dell’immagine e l’avvento della fotografia digitale consumer (Da oggi Serafino Laminchia Ph è su facebook, ha comprato ieri una digitale prosumer), hanno dato la sensazione che chiunque possa scattare una foto decente, con l’aiuto tecnologico. Potremmo star qui ore. Ma cosa dire quando sono gli stessi operatori del settore ad annientare la immagine del fotografo wedding nel nome di un business sempre più concentrato su un prodotto simil industriale e “photoshoppato“?

Ognuno faccia le sue scelte, ma visitare la più grande Fiera settoriale di Roma e trovare in ingresso “Accattatevellll’ le prime foto in 3D di matrimonio al mondoooo yam ya” nuoce gravemente alla salute di tutti noi, noi che cerchiamo di lavorare con un approccio sentimentale almeno, perchè il grande pubblico, già abbondantemente fuorviato dai “rinality” di #raimerda e #merdaset, e dalla sotto cultura dei social, zeppi di immagini fatte con “Aifon” allo specchio del cesso, finisce con il confondersi ulteriormente.

Questo ambiente di qualità, lo troviamo riprodotto passo passo nei portali di grido, dove cercano visibilità fotografi anche bravi, ma che finiscono confusi nel limbo delle offerte a 500€, e si trovano il contenitore mail zeppo di richieste di tipo “info e costi”, chiaramente copiaincollate a centianaia di profili professionali, senza avere nessuna idea nemmeno delle fotografie prodotte da ciascuno. Ma cosa conta, la buona fotografia? La sola cosa che conta ancora nel nostro grasso grosso matrimonio italiano, è ingozzare i parenti che non vedi da vent’anni con un pranzo ipercalorico nella villa di turno. Alla fine della fiera, il più lontano possibile dall’amore.