Dieci domande a Alex Coghe

Ho conosciuto Alex, Alessandro Coghe, in un caffè romano, con annesso cornetto e cappuccino, poco prima di un suo recente workshop on the road, in occasione della organizzazione di una mostra collettiva che lo vedrà tra i protagonisti, Esquilino Melting-Pot. Alex è un fotografo documentarista che vive e lavora in Messico e fotografo Fujifilm.

Ma non lanciamoci su definizioni non sempre apprezzate dal fotografo, lasciamo parlare lui.

Alex, Quando hai iniziato a pensare di fotografare sul serio? Se dovessi definirti come fotografo, come ti inquadreresti? 

Sul serio nel 2010, quando decisi di provare a diventare professionista.

Mi vedo come qualcuno che cerca costantemente di mettersi alla prova, che ha ancora tantissimo da imparare, che è contento di vedere che ci sono ancora ampi margini di miglioramento. Rimetto in discussione sempre me stesso, il mio modo di fotografare, mi tolgo le facilitazioni ed esco costantemente dalla zona di comfort, anche a costo di farmi male. A fare le stesse cose so che mi annoierei, certamente ci sono delle cose che mi interessano, altre meno, altre ancora che decisamente non voglio e non potrei mai fare, perché per me la fotografia è ancora divertimento, e se mi annoio, se devo fare una cosa a cui non credo, il risultato non sai positivo. Mi piace pensare che la mia fotografia possa essere utile per qualcuno, e dunque, mi sforzo sempre che il tipo di foto che faccio abbiano un significato, magai anche piccolo, ma che ce l’abbia.

Hai una focale di riferimento per il tuo lavoro? E se si, perchè? 

Sono due e solo quelle: il 28mm e il 35mm, che utilizzo sia con le mie camere digitali che con quelle a pellicola. 

Perché è quanto più vicino a come vedono i miei occhi, perché ho bisogno di entrare nella scena, perché se non mi metto in gioco io, neanche mi sembrerebbe di fare fotografia.

Nel tuo immaginario, quali sono i fotografi che ritieni ti abbiano ispirato di più? 

Henri Cartier-Bresson, per forza. Ma poi ci sono altri importantissimi per me: Lee Fiedlander cose è quello che più di tutti rappresenta l’idea di fotografo completo, ha fatto di tutto dai “selfies” alla foto erotica, dalla street al paesaggio urbano, ha fotografato manichini, piante, ha fotografato l’assenza e la presenza. Poi Garry Winogrand, certamente. Ma ti devo dire anche Josef Koudelka, Mario Dondero, Lorenzo Armendariz, Juan Rulfo, Helmut Newton, David Alan Harvey, Ferdinando Scianna… mi fermo? Si, mi fermo…

Qual’è il tuo modus operandi e come ti approcci ai soggetti che fotografi? Preferisci essere in movimento continuo o fermarti, aspettando il momento? 

Non esiste per me un solo modus operandi. Mi avvicino se c’è necessità, se la foto lo richiede. Scatto in ogni modo, ogni modo in cui la situazione fotografica percepita mi faccia fotografare. Non ho regole universali o comportamentali. Tutto dipende dalla foto, ma se chiedo a qualcuno di essere fotografato, questo lo vedrai nella mia immagine. In genere prediligo la situazione spontanea, la non “intervenzione” ma poi, come vedi, amo anche il contatto visuale, e lo ricerco, soprattutto quando voglio fare quella che io amo definire “gonzo Photography”…

Quanto è importante per te la attrezzatura fotografica? Hai delle preferenze? E se si, perchè?

Fintanto che ho una fotocamera che mi permetta di fare quello che voglio io, sto bene. In realtà posso fotografare con qualsiasi cosa, ma ho preferenze di roba compatta, leggera, che mi permetta di non pensare troppo e di muovermi ovunque. Questo lo applico a tutta la mia fotografia: ho visto quanto mi aiuta fotografare con fotocamere leggere e piccole anche le ragazze nude, e ovviamente nei barrios considerati pericolosi del Messico. 

Quando esci con la fotocamera hai una linea da sviluppare o ti lasci guidare dalle sensazioni del momento? Stai lavorando a progetti specifici? E se si, come sono nati? 

Ho delle mappe mentali riguardo al mio approccio e la mia visione. Ai progetti che porto con me, ma è importante lasciarmi attraversare dalle sensazioni e dall’energia del momento. 

Sono abbastanza fedele ai progetti che creo. Li porto avanti per anni. Non credo che un fotografo debba realizzare miliardi di progetti, o almeno per me non funziona in quel modo. I progetti nascono sempre da riflessioni profonde con me stesso, ma anche da esigenze che scaturiscono da situazioni esterne. E dunque, capita anche che un progetto nasca da un’esigenza di provare a fare qualcosa per gli altri. In quel momento comprendo che la mia fotografia è messa al servizio di una causa, ed è una sensazione fantastica. 

Hai abitudini particolari o ci sono momenti particolari in cui esegui le sessioni? Preferisci eventualmente essere in compagnia? 

Porto sempre la fotocamera con me. Ma tutto dipende. Se vado a fare breaking news, i tempi saranno subordinati all’evento da coprire. 

Preferisci il bianco nero al colore per i tuoi lavori, e se si, perchè? 

Ho di recente annunciato la mia intenzione di lavora solo in bianco e nero. Una decisione che marca ancora una volta la mia attitudine di andare in controtendenza. Soprattutto nel fotogiornalismo oggi le agenzie, prediligono il colore in virtù di una maggiore richiesta da parte dei clienti. Ma a me non interessa se avrò meno chances di vendita, questa è la mia strada. Amo la fotografia di Paolo Pellegrin, Francesco Cito, e per me sono eccellenti esempi che ancora oggi la fotografia documentaristica in bianco e nero abbia ancora un senso e una sua nobiltà. Non mi fraintendere, amo tantissimi fotografi che utilizzano il colore in maniera magistrale, ma credo che non sia cosa mia, non per il tipo di fotografia che faccio e che mi interessa. Credo sia anche il mio approccio visuale che non trova molto giovamento dal colore, la mia fotografia è spesso molto istintiva, con errori, sfocature, mosso…no, ho mostrato di non essere poi così male a colori ( con foto a colori sono entrato nelle agenzie per le quali collaboro attualmente) ma il bianco e nero è parte della mia voce.

Cosa pensi del dualismo Digitale FIlm? Lo senti ancora presente dentro di te? 

Ma per carità! Che noia! Eserciti di persone che si schierano per uno o per l’altro. Non ha senso! Oggi un fotografo intelligente è in grado di gestire le due cose. Ho esibito lavori a pellicola come in digitale, ma immagina se andavo a coprire l’evento del terremoto con la pellicola, non ne sarei uscito vivo…qui poi, in Messico, la pellicola è ancora più un concetto borghese… e amo fotografare a pellicola, ma non può essere sempre. Quando sarò ricco, chiamami e rifammi la domanda.

Come ti senti scattando nelle strade del tuo paese? Avverti più spesso sentimenti di ostilità o di gentilezza nei tuoi confronti?

Ma lo sai che per i primi tre anni di Messico non riuscii a tornare in Italia. E prima di tornare, qualche chiacchierone mi disse, si ma lì per te è facile, sei in Messico, se ti avvicini così tanto in Italia ti picchiano…oh, avevo finito per crederci…poi quando tornai in Italia nulla fu modificato nel mio approccio… io non ricevo ostilità, vorrei credere per mia buona predisposizione.

Consigliaci un libro di fotografia, e perchè proprio quello?

Ti rispondo con “L’errore fotografico” di Clement Cheroux. Non è un libro fotografico, è un saggio sulla fotografia. Risponde a certa idea che ho della fotografia, in aperta contrapposizione a chi pensa che la fotografia abbia regole universali e vada vissuta con approcci accademici. Si, credo che questo libro rappresenti bene quella che è la mia idea e quello che mi piace vedere e fare.


Se questo argomento é di tuo interesse, esprimi la tua opinione!